Premessa: nomi e fatti sono un mix tra eventi reali ed immaginari. Il fine primo di questa condivisione è il racconto, non la sua veridicità.

Acqua frizzante con ghiaccio e limone. 


Torno a casa sudata, necessito di una doccia.
In questa giornata il mio super potere non ha funzionato. Io non puzzo, si sa. È il mio super potere. Sudo ma poi il mio sudore evaporando diviene un odore dolce di cipria che si attacca alla mia pelle e ai miei vestiti. Addirittura alle volte capita che sovrasti l’odore altrui. Mettiamo caso che per esempio io indossi una delle mille maglie sparse per la camera di J, usata magari. Abbastanza perchè non sappia di detersivo ma non abbastanza da divenire fastidiosa per le narici. Mettiamo caso, ecco, che io gliela rubassi e la indossassi, muovendomi nell’aria bolognese tra il sole di un’estate nata prematura e mille interazioni sociali. Magari sul momento si noterebbe sul mio volto un sottile strato di sudore ma il giorno dopo, giuro su Dio, la maglietta risulterebbe più profumata di prima. Non lavata, solo più profumata. Ma non importa, oggi il mio potere non ha funzionato.

Ero fuori con M, mia sorella di elezione. M tossiva catarro dall’insolazione dell’altro giorno e io ero nervosa a tal punto da preoccuparmi di non sentire con cura ogni suo colpo di tosse e parlarci sopra. Non me lo avrebbe comunque fatto pesare, è una mia premura, volevo ascoltare per dimostrarle la comprensione del suo fastidio in questi giorni di malattia. Io e M ci vediamo a un bar, non il solito ma la sola presenza di M riesce a renderlo un posto sicuro. È un procedimento che richiede tempo, le spiego: “ogni volta che sono con te arrivo ad un certo punto in cui penso di scoppiare”
“Non è molto carino detto così” mi fa notare.
“No, aspetta, mi sono spiegata male. È che se sto male, se sono nervosa scelgo io stessa di incontrarti perchè so, so per certo che ci sarà un momento in cui penserò di non potercela fare. E così, ogni volta che poi torno a casa in un senso di pace è sempre più sorprendente”.

Ed è così. Sono al tavolo frenetica, non metto in ordine le parole. Oggi dalla psicologa è stato pesante, ha fatto bene il suo lavoro. Non ho pianto, non lo farei mai a questo punto del percorso. A breve finirà mancano poche settimane e non si possono più aprire vasi di Pandora. Il che porta a una serie di complimenti forzati e sedute di circostanza strazianti ma non questa, mannaggia a lei.

Penso a ieri, il ricordo si è già cementificato facendo sembrare gli avvenimenti più lontani. Ne parlo come se non fosse successo a me o forse accetto solo che sia avvenuto. Al tavolo, dall’altro lato di quel quadrato mia madre mi guarda sorridendo. Le rughe le incorniciano il viso, non invecchierà mai.  Mumu, così la chiamo, non sta passando un bel momento col suo partner e ciò la fa progredire a uno stato di empatia clamorosamente allarmante. Mia madre è bella, è simpatica, più di me probabilmente, è in gamba e non credo sappia annoiarsi. Tuttavia, non è della sua sensibilità che compongo la mia stima nei suoi confronti. La guardo negli occhi e glielo dico “S non si laureerà con me, ma a me va bene così, basta non vederla”. La sua faccia si scompone di quel poco che basta per far sì che sia partecipe alla conversazione, sembra abbia imparato ad imitarne le gestualità. “Guancia destra, esagera un accenno di sorriso. Sopracciglia improvvisate un contorcimento senza senso per sembrare meravigliate”. Sceglie il silenzio, ho come l’impressione che aspettasse che io cambiassi argomento per non dover intervenire. Cede. “E come mai?”
“Eh S mi ha fatto star molto male, sai. Ti ricordi X, il mio ex? L’ha presa molto male quando ho provato a lasciarlo e ha provato ad aggredirmi, io l’ho detto a S, e lei ha scelto di non credermi”. Ho addolcito il tutto perché i dettagli sarebbero stati truci e non digeribili, sarebbero servirti solo per rievocare una serie di traumi. Il coordinamento dei muscoli facciali sembra non funzionare più, il carico emotivo, forse troppo grande, viene respinto a priori optando per un dondolio regolare del capo e un sorriso fermo, socchiuso, rigido.
“Comunque grazie per il vestito, mi piace molto”. Sento di aver salvato il suo sistema nervoso creando una conversazione più appropriata alle sue reazioni.

Non è neanche la prima cosa che mi è venuta da dire, dalla psicologa intendo. Le ho detto che sto bene, volevo i soliti complimenti. Chissà se anche oggi mi sentirò dire che sono brava e matura, molto più delle situazioni attorno a me. C’è come un accordo tacito per il quale, in queste ultime 4 sedute, io non oso tirar cose troppo pesanti e lei non osa aprirmi orizzonti. Un accordo di disimpegno. Quindi forse non l’ha fatto apposta a dirmi certe cose, o si aspettava che io avessi già realizzato da sola. “E quanto ti fa stare a tuo agio non sentirti ascoltata?”

A, penso ad A. Le ultime volte che ci vedevamo mi annoiavo tanto. “Non mi piace molto mi sa” avevo confessato a J. Ogni tanto era anche carino ma il divertimento non arrivava nemmeno a un patetico 50% tirando le somme. Sapevo di piacergli e a me piace piacere. Scrivo queste frase con una costruita presunzione solo per mascherare il fatto che, piacere o non piacere, mi ha trattata male. Non capisco molto bene come funzioni in amore, non capisco perchè le persone si trasformino in belve da combattimento pronte a sfoderare ogni tipo di arma pur di prevalere sull’altræ vantando di una serie di cattivi comportamenti, premeditati e no. Dipende da come unæ se la racconta. Credo che secondo questa narrazione A abbia vinto, credo anche fosse il suo intento. Io dal mio canto ho la coscienza pulita, vantandomi di non aver sfoderato alcun colpo basso pur di mantere la quiete e questa meravigliosa, colossale, pruriginosa idea di me come “brava e matura, molto di più delle situazione attorno a me” mentre una persona, che diceva di stimarmi, di volermi bene e che ci sarebbe stata per me, mi trattava male. Non rileggerò per la terza volta il suo messaggio nelle chat archiviate. “Fatto il test, risultato negativo”. La prima volta l’ho letto solo cliccando sullo schermo senza nemmeno aprire le notifiche, la seconda per prendere respiro poichè ehi, sto soffrendo ma senza malattie veneree. D’altronde, se così non fosse stato avrei dovuto prendere un antibiotico che avrebbe mandato all’aria tutta la mia terapia ormonale che, a sei mesi dal suo inizio, il mio corpo ancora non riesce ad assimilare riversandosi in grumi di sangue che si calcificano sulle mie gambe. Fanno molto male.

M ha parole dolci che non si perdono in banalità, lei ascolta. Non mi da la possibilità di nascondermi, esisto a tutti gli effetti. Ed è grazie alle sue parole che quell’anonimo bar inizia a perdere il suo anonimato. Sono qui con M, sono intoccabile. I miei occhi perdono finalmente il conto delle persone che passano cercando di riconoscere in loro il volto di mio padre che, ironicamente lo stesso giorno in cui mi sono lasciata con A, ha deciso che non mi avrebbe più rivolto la parola. Quel giorno è stato un pessimo lunedì.